domenica 15 gennaio 2012

Studio per settore dei consumi di energia dell’industria durante la crisi

La crisi finanziaria che ha colpito il mondo a partire dal 2008 ha avuto pesanti ripercussioni sulle industrie europee (e non solo), ed in particolare sulle industrie italiane. Con la stretta del credito messa in opera dalle banche internazionali, alle prese con ricapitalizzazioni, titoli tossici, crisi monetaria e rischi di default ancora ben presenti, è stato sempre più difficile per le società reperire fondi da destinare agli investimenti.
Anche i prezzi ballerini delle materie prime hanno accentuato le difficoltà delle aziende italiane, soprattutto le più energivore che hanno pagato a caro prezzo il rincaro del costo di produzione dell’energia elettrica. Un esempio lampante è proprio notizia di questi giorni, quando il 10 Gennaio il gigante americano dell’alluminio Alcoa ha deciso di chiudere lo stabilimento sardo di Portovesme. L’ipotesi di una sua chiusura è stata ventilata per anni, anche minacciata visto che il prezzo dell’energia elettrica in Italia così alto rende anticonveniente operare nello stivale. E questo nonostante le agevolazioni di cui ha goduto l’azienda negli ultimi anni. E purtroppo l’epilogo è stato quello che più si temeva, ed aspettava. L’azienda avrebbe dovuto mantenere una fabbrica in perdita? Avrebbe dovuto lo stato (noi cittadini) intervenire con ulteriori agevolazioni per salvare i 501 lavoratori di un’azienda in perdita, a cui comunque va un grande in bocca al lupo perché possano trovare presto un nuovo lavoro? E non è un caso isolato, specie in una regione come la Sardegna non perfettamente collegata alla rete Nazionale della terraferma. Ma quali sono, oltre al siderurgico, i settori che stanno soffrendo più la crisi?

Sicuramente una buona indicazione
può venire se si guarda ai consumi di energia del comparto industriale. Una diminuzione dell’energia consumata può sì venire da misure di efficientamento energetico adottate in questi ultimi anni, ma al di sopra di un certo livello la responsabilità di un calo è sicuramente da attribuite al minore utilizzo degli impianti delle fabbriche. I motivi possono essere vari, dalla chiusura di impianti alla non operatività per mancanza di commesse o prezzo troppo elevato dei combustibili. Come si può vedere in Figura 1, il consumo di energia elettrica e gas naturale ha iniziato un leggera discesa ben uno o due anni prima dello scoppio della crisi finanziaria del 2008, soprattutto a causa dell’impennata dei prezzi del petrolio (Figura 2). Con lo scoppio della crisi si ha un crollo sia dell’utilizzo di energia sia dei prezzi del petrolio, e stavolta la relazione causale è probabilmente opposta: un crollo della domanda italiana e mondiale fa scivolare il prezzo del petrolio dal picco di 140$/b a 40$/b. L’industria ha avuto consumi in calo fino al 2009, per poi rivedere la luce nel 2010. Tuttavia, sebbene manchino ancora i dati ufficiali, a causa del riaggravarsi della crisi nell’eurozona ci si aspetta un’altra contrazione per l’industria italiana nel 2011, quando invece i prezzi del petrolio sono risaliti ad oltre 90 $/b, non favorendo certamente l’uscita dalla crisi, bensì aggravando il peso che le aziende devono subire e da qui la recente morìa di numerose aziende energivore.

Ma torniamo alla domanda precedente, quali sono i settori industriali che stanno soffrendo più la crisi? Nelle figure 3 e 4 abbiamo i consumi di gas naturale ed elettricità dei settori che più ne hanno ridotto la domanda. L’industria siderurgica, già ampliamente ridimensionata nei paesi occidentali a partire da metà anni ’70, riceve un’ennesima contrazione. Lo stesso destino spetta all’industria chimica che, seppur anch’essa ridimensionata rispetto al passato, sta vivendo una notevole riduzione dei consumi di energia (-19,1% per l’energia elettrica tra il 2005 ed il 2009, valore che si stima simile a quello del 2011). Purtroppo è in deciso declino anche l’industria meccanica italiana, una delle punte di diamante del settore industriale nazionale. Tra il 2005 ed il 2009 (di nuovo preso come valore di riferimento in quanto si stima più vicino come valori di consumi di energia al 2011 rispetto al 2010) vede una riduzione del 22,1% del consumo di gas e del 9,5% di energia elettrica. Tuttavia non sono i soli settori che vedono un calo dei consumi. Anche il tessile, i materiali da costruzione ed la ceramica risentono pesantemente della crisi. Il primo ha visto un tracollo addirittura del 45,3% nei consumi di gas e del 34,0% dell’energia elettrica, mentre il settore del vetro e della ceramica vede una caduta del 31,8% del consumo di gas e del 19,8% del consumo di elettricità. Anche il settore agroalimentare (-21,9% sul gas, seppur non essendo un settore particolarmente energivoro, anzi. Infatti il consumo di energia elettrica è rimasto quasi costante con solo -3,4%) ha segnato un calo, forse inatteso.

Che conclusioni possiamo trarne dunque? Sicuramente alcuni settori stanno peggio di altri, in particolare alcuni rischiano di venire fortemente ridimensionati nel sistema industriale italiano. Il crollo dell’industria chimica è impressionante e ed il calo della meccanica molto preoccupante, nonostante la salute di alcune maggiori industrie italiane come FIAT e Finmeccanica sia sotto esame ma non a livelli d’allarme.

Ma il tutto è quasi un deja vu, un qualcosa di già visto. Tra il 1973, anno del primo shock petrolifero, ed il 1986, anno del contro shock, l’Italia vide il suo consumo di energia totale nell’industria calare mediamente del 2,8% all’anno. In particolare tra il 1973 ed il 1978 l’energia totale consumata dall’industria italiana calò del 5,8%. Ed analogamente ad oggi alcuni settori sentirono la crisi in maniera molto più profonda di altri. Si arrivò nel giro di 10-15 anni ad un cambiamento notevole del panorama del settore industriale. Come anche avvenne nel resto del mondo occidentale, i settori più energivori spostarono parte della loro produzione all’estero. Siderurgia, chimica, petrolchimica vennero notevolmente ridimensionate e cominciarono a svilupparsi le industrie di nuova generazione, meno affamate di energia e più tecnologicamente all’avanguardia, come elettronica, informatica, telecomunicazioni ecc.

Riguardo al futuro, come già detto, per il 2011 i consumi sono dati in discesa rispetto al 2010, probabilmente a ritoccare i minimi del 2009. Le recenti manovre attuate dal nuovo governo, che si sono aggiunte alle tre manovre estive del precedente esecutivo, a sua volta correzioni della manovra invernale, non lasciano ben sperare per il 2012. Deve ancora entrare in vigore l’ulteriore aumento dell’iva dal 21 al 23%, con conseguente diminuzione del potere d’acquisto per i consumatori, e ciò contribuisce alle previsioni a tinte fosche per il 2012.

Il recente abbassamento di rating dell’Italia completa il quadro. Con tutto ciò, sperare in una inversione di tendenza per le industrie italiane già da quest’anno appare difficile. Lo sguardo va al 2013, quando la congiuntura globale dovrebbe essere migliore ed i deficit di bilancio molto ridotti.

3 commenti:

Unknown ha detto...

Per primo, mi volevo complimentare per l'analisi fatta nell'articolo; secondo vorrei spendere due parole sul ragionamento fatto con un ottica ampliata formatasi grazie elle letture di testi di J.Rifkin.
Il regime energetico e produttivo che si è andato delineato nella prima e seconda riv.ind. è stato caratterizzato dalla centralizzazione e gerarchizzazione delle attività. Esempi lampanti di questi processi sono le attività fortemente energivore, come la siderurgia o la petrolchimica. Queste attività, i cui margini di sopravvivenza sono legati a doppio filo al costo dell'energia, stanno attraversando un periodo di crisi e di ridimensionamento come ben spiegato nell'articolo. Ma dove è la crisi? Tutti sappiamo che questa ultima (e la prossima?) nata in USA si è trasmessa in Europa, nel vecchio continente e queste attività dall'Europa e dagli Stati Uniti si stanno ricollocando in luoghi dove il prezzo dell'energia è più conveniente o dove vi sono minori limiti di emissione e obblighi di investimenti in efficienza e sicurezza sul lavoro richiesti.
La dislocazione delle attività produttive primarie portano ad un sgretolamento del sistema industriale ed ad una crisi (crisi del carbonio), per altri il totale declino, della forza propulsiva della seconda rivoluzione industriale.
Vi sono possibilità di uscita da questo tunnel?
J.Rifkin individua nella Terza Rivoluzione Industriale una via di uscita ed una luce verso un futuro più equo e sostenibile, con un paradigma energetico totalmente nuovo, distribuito e collaborativo in grado di "salvare" il mondo dal cambiamento climatico e crisi sociali globali.
Reti elettriche intelligenti e tecnologie di accumulo con l'idrogeno saranno la base di questa rivoluzione fondata su 5 pilastri.
L'Italia, come sappiamo è all'avangardia, con la Corea, nello sviluppo delle smart-grid e delle FER; sapremo non perdere l'ennesimo treno verso il futuro?, saremo disposti a sopportare i costi necessari e modificare un modello di pensiero difficilmente sradicabile di vita e consumi quotidiani?

Francesco Marghella ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Francesco Marghella ha detto...

TERNA ha reso noti i dati provvisori sui consumi di energia elettrica in Italia nel 2011: +0,6% rispetto all'anno precedente.

Secondo questi dati, la richiesta di energia elettrica sulla rete è aumentata da 330,5 TWh a 332,3 TWh.
La Lombardia ha fatto segnare la crescita più consistente con un +2,6%. La Sicilia segue con un +2,2%. In flessione Sardegna (-1,4%) e l’area Nord Ovest (-2,6%).