venerdì 30 dicembre 2011

Stretto di Hormuz

E' una sottile striscia di mare, circe 55 km dalla sponda dell'Oman a quella dell'Iran, eppure vi passa il 40% della produzione mondiale di petrolio destinata all'esportazione: di questa percentuale la maggior parte è indirizzata verso l'Est, Cina e Giappone in primis, che vedono nell'oro nero l'unica possibilità di mantenere i ritmi di crescita già in pericolo per la crisi mondiale (la prima) e di ripresa dopo il disastro del terremoto (il secondo).

Per capire quanto sia "affollato" questo stretto basti pensare che accoglie un terzo del traporto via mare, con 15 petroliere impegnate quotidianamente, destinate ad ospitare circa 15,5 milioni di barile di petrolio e 2 milioni di barili equivalenti di prodotti petroliferi: queste cifre corrispondo circa ad un sesto del consumo mondiale giornaliero.

Il blocco di questa arteria, ora come ora, avrebbe una incredibile contemporaneità con il mancato apporto produttivo della Libia, impegnata negli strascichi della guerra civile e con l'instabilità politica in cui è ripiombata l'Iraq, dopo che i militari USA (finalmente?) han lasciato il territorio, che impedirebbe alle compagnie petrolifere di promuovere un incremento della produzione.
Guarda caso, proprio in questo contesto, il regime di Teheran ha minacciato di chiudere la sottile striscia di mare come rappresaglia al paventato inasprimento delle sanzioni internazionali motivate dalla ricerca sul nucleare condotte dall'Iran, che a detta dell'AIEA avrebbero scopo militare.
Tale minaccia si è fatta viva il 24 dicembre quando il regime dei Pasdaran ha annunciato di intraprendere manovre militari nello stretto, annunciando di fatto una sua chiusura. A conferma di questa minaccia sarebbero venute a sostegno dichiarazioni del comandante della Marina iraniana, Habibollah Sayyari: "Sarebbe facile per noi chiuderlo, come bere un bicchiere d`acqua."

Gli effetti di questo inasprimento della situazione si son fatti subito sentire: le contrattazioni del petrolio con scadenza a febbraio in quel di New York hanno risentito un rialzo dell' 1,6%, affermandosi a 101,26 dollari al barile. Gli analisti hanno stimato che se venisse meno il quantitativo di oro nero proveniente dal golfo persico assisteremmo ad un incremento del prezzo di almeno 20 dollari: si avrebbe cioè un altro shock petrolifero che avrebbe pesanti conseguenze sull'economia mondiale, non solo su quei paesi che sono destinatari di queste esportazioni, come citato ad inizio post.

Tuttavia fonti del Washington Post vicine al ministero del Petrolio USA han reso pubblico che c'è piena coscienza che questa non è che l'ennesima spacconeria da parte di Teheran, perchè bloccare il transito del petrolio, anche quello prodotto dagli stessi Pasdaran quindi, significherebbe la morte economica dell'Iran. E' noto che i nostri prodotti raffinati sono più necessari al regime di Ahmadinejad di quanto non risulti necessario a noi il suo petrolio greggio: è anche alla luce di questa consapevolezza che sia gli USA che l'UE han risposto a muso duro alla minaccia iraniana, che se dovesse concretizzarsi troverebbe comunque pronta la risposta della V flotta della marina statunitense stabilmente presente in zona nel mare del Bahrain. In aggiunta gli arabi si sarebbero impegnati a sopperire al gap di produzione che si verrebbe a formare se l'Iran uscisse dai giochi (nel mese di novembre ha contribuito con 3,56 milioni di barili al giorno), anche se tale ipotesi troverebbe difficoltà di natura tecnica nell'essere attuata dato che mancherebbero le infrastrutture per poter dirottare il trasporto navale su oleodotti (insufficienti per ospitare la portata, e comunque non abbastanza lunghi da raggiungere le destinazioni prestabilite).

Resta il fatto che l'intimidazione dell'Iran per quanto risulti politicamente/economicamente inattuale (questo paese è gia sotto la morsa di un'impressionante processo inflattivo, dovuto alle sanzioni in atto; la mancata vendita di petrolio trascinerebbe il Paese nel baratro, visto che l'unico export dell'Iran è proprio petrolio, oltre ai pistacchi) è comunque praticabile: la Marina USA ha svolto varie simulazioni in cui si è preso in considerazione l'utilizzo dei sottomarini in forza in Iran, che seppur datati risultano ancora efficaci, ovvero quello degli "uomini rana" e di siluri simili ai "maiali" italiani della seconda guerra mondiale, fino alle mine, già utilizzate nella guerra "imposta" degli anni '80. Quello che è emerso è che se anche una qualsisasi manovra intrapresa dagli ayatollah avesse conseguenze disastrose per questi ultimi, riuscirebbe comunque a rendere la vita difficile sia alla truppe di mare di una eventuale coalizione occidentale, sia al libero transito nello stretto di Hormutz.

Come al solito la produzione e il trasporto di idrocarburi va a scontrarsi con tensioni geopolitiche che sembrano più complesse delle questioni tecnico-economiche (anzi, si può dire che tali questioni talvolta nascano proprio a causa delle suddette tensioni): è successo già in Ucraina, che è stata di fatto tagliata fuori dal transito di gas naturale verso l'Europa con la costruzione di gasdotti paralleli, e così si deve pensare nei confronti dell'Iran, se non si prendono in considerazione soluzioni alternative, ad esempio di natura militare. O più sapientemente si potrebbe sperare che anche in Iran venga finalmente la primavera, magari con un pò di concime occidentale.

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