Alle ore 2:45 di domenica 18 dicembre (ora italiana), al largo delle coste dell'isola Sakhalinskaya, nel mare di Okhotsk, una piattaforma per perforazione della compagnia Gazflot, società del gruppo Gazprom, affonda.
Nonostante il rischio di disastro ambientale sia rientrato fin dai primi accertamenti (la piattaforma era in fase di traino, quindi sembrerebbe non avesse ancora cominciato l'opera di estrazione) appaiono invece critiche le possibilità per i dispersi del personale di bordo, composto da 67 persone; di queste ne sono state tratte in salvo14, mentre 4 corpi sono stati trovati senza vita. Dei dispersi, che ammonterebbero quindi a 49, si devono avere ancora notizie, difficili da ottenere per le particolari condizioni climatiche che risulterebbero pessime (rendendo tra l'altro difficoltose le azioni di salvataggio delle seguenti ore): tuttavia si nutrono poche speranze, dato che le temperature si aggirano intorno ai -17°C, e a detta delle autorità in tali circostanze le aspettative di sopravvivenza non vanno oltre le 6 ore.
E sarebbero proprio le estreme condizioni atmosferiche ad avere causato l'affondamento: secondo le prime ricostruzioni l'impatto con i blocchi di ghiaccio presenti nel mare di Okhotsk avrebbe reso instabile la struttura, che avrebbe cominciato ad imbarcare acqua; a questo punto i venti fortissimi e le onde alte 5 metri avrebbero "rovesciato" la piattaforma, decretandone il rapido inabissamento confermato dal capo del ministero della protezione civile Taimuraz Kasayev.
Tuttavia non mancano le polemiche: difatti molti osservatori non comprendono come si siano potute trascurare le condizioni climatiche avverse alla navigazione e puntano il dito contro l'ennesima violazione delle norme di sicurezza.
Alcuni trovano analogie fra l'incidente in questione e quello che accadde al traghetto civile Bulgaria: dei 200 imbarcati ne morirono circa 110, corrispondente proprio al numero che invece avrebbe potuto ospitare al massimo l'imbarcazione secondo la licenza di navigazione.
Proprio come allora sembra che a bordo della piattaforma ci fosse del personale non autorizzato. Stando alla normativa, solo al capitano e a una minima parte dell'equipaggio necessaria per il trasporto è permesso stare a bordo quando la piattaforma è rimorchiata. Secondo il quotidiano Kommersant nel caso della piattaforma Kolskaya, invece, c'erano ingegneri, assistenti, operatori, imbarcati forse per risparmiare sull'uso di una nave.
Di seguito è riportato un link ad un video di un notiziario russo che riporta la notizia
http://video.repubblica.it/mondo/russia-a-picco-piattaforma-petrolifera-morti-e-dispersi-a-14-gradi-sotto-zero/83970?video=&ref=HREC1-6
Purtroppo eventi come questi potrebbero trovare una intensificazione nel prossimo futuro, col rischio di aggiungere alla tragedia umana anche il disastro ambientale: infatti si ritiene che nel Mare Artico si possano trovare riserve di idrocarburi che ammonterebbero alle scorte che la Russia detiene sul proprio suolo nazionale. E' stato recentemente reso noto dalle autorità russe l'intenzione di avanzare la richiesta alle Nazioni Unite di estendere il confine delle proprie acque territoriali per potersi assicurare l'esclusiva delle suddette riserve, che porterebbero questa Nazione a competere con l'Arabia Saudita circa la capacità di produrre idrocarburi. Proprio alla luce di queste intenzioni altri paesi, quali gli USA, il Canada, la Danimarca (che ha la sovranità della Groenlandia) e l'immancabile Cina, si stanno muovendo, promuovendo anche campagne di esplorazione. Questa "corsa all'Artico" preoccupa molto gli osservatori internazionali, soprattutto di orientamento ambientalista, che vedono negli ecosistemi di quei fondali un'importante quanto fragile riserva di biodiversità.
Di certo problemi legati alla capacità tecnologica di poter estrerre in quegli ambienti, e i limiti imposti dagli ingenti capitali che necessariamente dovranno essere investiti in questi progetti sembrano allontanare la possibilità che questa corsa si realizzi nell'immediato.
Non bisogna però trascurare due importanti dettagli: innanzitutto i cambiamenti climatici che stanno interessando tutto il Pianeta potrebbero dare nel prossimo futuro una svolta all'aspetto dell'Artico, che potrebbe diventare quantomeno più "ospitale"; inoltre non bisogna trascurare che nonostante la frenata conosciuta in questi ultimi anni di crisi, la nostra civiltà è sempre più energivora, e fintanto che altre tecnologie energetiche non si affermino (o non vengano sviluppate) gli idrocarburi restano una fetta molto importante delle riserve energetiche disponibili.
Ivan Ignelzi.

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